Venezia 68: un festival globale

 

Chiariamo subito una cosa: questo articolo non vuol essere una retrospettiva su quanto visto, accaduto, subito o sbirciato, fino ad oggi, alla 68esima edizione del Festival di Venezia.

Mai come quest’anno, infatti, il Festival è globale, ricco di film provenienti da tutto il mondo, denso di nuove proposte non soltanto rivolte alla “nicchia”.

Essere esaustivi nell’arco di poche battute, pertanto, è veramente difficile.

Parlare di ciò che pertanto, all’interno di una manifestazione vastissima, incontra maggiormente il proprio favore è di certo più semplice.

Non mi attrae, ad esempio, lo star-system, come quello che ha caratterizzato l’apertura, e principalmente la prima settimana, della kermesse, vedasi il red carpet solcato da George Clooney con le sue “Idi di Marzo” o dalla Madonna di “W.E.”, e registro reazioni tiepide nei confronti del pur atteso David Cronenberg: “A dangerous method”, incentrato sulla disputa pre-bellica tra Freud e Jung, è estremamente classico se pur diretto con maestria; colpisce Polanski con “Carnage”, tratto da una piéce teatrale e stringatissimo nei suoi 79 minuti di durata girati all’interno di una sola stanza, con le interpretazioni dei premi oscar Winslet e Waltz, nomi-garanzie.

Altrettanta risonanza per la “Terraferma” di Crialese ma, di fatto, nulla di nuovo sul fronte italiano se non nel caso de “L’ultimo terrestre”, del fumettista Gipi, e de “L’arrivo di Wong” dei Manetti Bros. Entrambi, stranamente per essere pellicole italiane, trattano il tema dell’invasione degli alieni; la prima in modo più surreale, l’altra con attitudine più da b-movie.

Interessante, serio, d’impatto, epico ma accessibilissimo, invece, è “Warriors of the Rainbow: Seediq Bale”, di Wei Te-Sheng, ma prodotto e influenzato da John Woo, che racconta della ribellione di Taiwan alla colonizzazione giapponese.

Decisamente migliore la seconda settimana, caratterizzata dall’arrivo di registi di culto e, per molti versi, “maledetti”, vedi William Friedkin o l’attesissimo Abel Ferrara o Aleksander Sokurov. Mentre attendo in seconda serata, oggi, il “Last day on heart” di Ferrara, intanto, mi soffermo su Sion e sul suo film, “Himizu”, tratto da un manga, una sorta di viaggio interiore nella mente di una personalità disturbata, un giovane vittima di genitori ossessivi e violenti, per riscattarsi dai demoni che gli impediscono di vivere una vita normale. Di nicchia, di certo, ma meritevole il Leone d’Oro per acclamazione.

Belle sorprese, infine, dalla sezione “Orizzonti”, quella dei nuovi talenti sperimentali, apertasi con “Cut” di Amir Naderi, un inno alla vita e un omaggio spassionato al cinema giapponese.

E il Festival non è ancora finito.

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La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.