Vito Laterza

 

Sono trascorsi dieci anni dalla morte dell’editore Vito Laterza. Nato a Bari nel 1926, per una strana coincidenza egli moriva proprio nell’anno del centenario della fondazione della casa editrice. Sul Corriere della Sera, Jacques Le Goff ha scritto: «Vito ha praticato uno dei mestieri più belli del mondo – quello dell’editore – con un’ampiezza di sguardo, una cultura e un gusto per l’innovazione rari anche in questo campo». Qualcuno ha anche detto che è stato l’editore che più ha contribuito a innovare la società italiana. E questo è un vero paradosso perché forse non c’è stata in Italia altra casa editrice più legata alla tradizione di quanto non lo sia stata la Laterza. Ciò, evidentemente, significa che l’innovazione è un lusso che soltanto i tradizionalisti possono permettersi.

La tradizione della Laterza era rappresentata da un uomo nel quale la casa editrice si era inizialmente identificata: Benedetto Croce. Qual è stato il beneficio che il fondatore Giovanni Laterza ha tratto dagli scritti di Croce non è cosa che possa sintetizzarsi facilmente. È facile rendere l’idea del beneficio che invece i lettori hanno ricavato da questo rapporto. Si diceva che i libri di Benedetto Croce andavano via come il pane. E si diceva questo in un periodo in cui di pane ce n’era davvero poco in giro e, per acquistare un libro, bisognava saper rinunciare a qualcosa di necessario. I libri della Laterza si potevano trovare anche nelle case della povera gente. Anche questo ha fatto la differenza con le altre case editrici simili.

Con ogni probabilità questo “miracolo” derivava dall’anima barese della cultura dei Laterza. Perché Bari è una città speciale, dove non ci sono diaframmi tra gli uomini di cultura e il popolo. Se Vito Laterza era un liberale, bisogna aggiungere che – come editore, almeno – era liberale e popolare nello stesso tempo. Passi l’ossimoro. Un segno di ciò fu l’idea di pubblicare una collana di saggistica al prezzo di copertina di appena novecento lire. Nasceva così l’«Universale Laterza» con saggi di storia, filosofia, economia, diritto, critica letteraria, scienze; volumi alla portata del lettore popolare.

Tra i grandi meriti di Vito Laterza vi fu, per esempio, l’invenzione di Leonardo Sciascia. “Invenzione” nel senso latino di scoperta, di rinvenimento. Con la pubblicazione delle Parrocchie di Regalpetra, nel 1956, Laterza lanciava Sciascia verso il grande pubblico. In questo, c’è qualcosa in più di una semplice operazione editoriale. Probabilmente, Sciascia rappresentava quello che sentivano di rappresentare i Laterza stessi, editori di umili origini. Giovanni Laterza non era stato che un barbiere di Putignano, un paese della provincia di Bari, senza alcuna formazione scolastica, il quale era riuscito a trasformare la cartoleria del fratello Vito in un marchio editoriale, una ditta che dovrà intestare al padre Giuseppe perché egli, ancora minorenne, non poteva esserne il titolare. Altra invenzione della Laterza furono, tra le tante, i libri-intervista. Si ricordano le interviste a Federico Fellini, a Jacques Le Goff, a Eugenio Garin, a Gianni Agnelli, a Renzo De Felice, a Eric J. Hobsbawm, a Goffredo Fofi, a Giulio Andreotti, a Giovanni Spadolini, a Luciano Lama, a Gianfranco Miglio e a tanti altri, anche più grandi.

Quanto enorme sia il patrimonio culturale lasciato da Vito Laterza fu sottolineato qualche mese dopo la sua morte dalla presenza del capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi alle celebrazioni del centenario che si svolsero a Bari. Disse Ciampi: «Qui è sintetizzata l’importanza di un editore nella vita di un popolo». Tutta la storia della Laterza è stato un grande paradosso. Il primo è sicuramente quello dell’autonomia, in un contesto come quello italiano che vede una concentrazione editoriale molto forte. L’ultimo è stata la capacità di stare sul mercato, anche questo dominato da regole soffocanti, come quelle della grande distribuzione, regole effimere alle quali l’editoria di qualità non potrebbe essere sottomessa; in questo senso è da leggersi come una sfida all’inconsistenza di questo smanioso mondo il motto della Laterza «Constanter et non trepide».

Con la sua vita, Vito Laterza ha saputo testimoniare che può essere innovatore soltanto chi è legato a una tradizione, che può essere liberale soltanto chi è veramente legato al popolo. È morto il 28 maggio dell’anno 2001. Per buona parte della sua vita aveva dovuto fare i conti con una malattia che aveva condizionato fortemente la sua libertà di movimento. Eppure era riuscito a mettere “in movimento” la società italiana. E possiamo dire che neanche la morte lo fermò. Durante il funerale religioso, che nessuno si aspettava per un uomo che diceva di non avere alcuna fede, anche il nipote Alessandro Laterza, Amministratore delegato della casa editrice, manifestò questa certezza: «Buon viaggio, Vito. Non so per dove, ma buon viaggio».

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>