W LA SVEZIA

 

Nonostante la giornata di inferno che ho passato all’IKEA domenica scorsa la mia opinione sulla Svezia non è cambiata.

22 anni, studente a Roma. Appena insediato nella Capitale mi recai nel bar di Franco Franchi ma non ebbi il privilegio di incontrarlo in quella prima occasione, tanto meno nelle successive. Nei 4 anni di permanenza a Roma ho intercettato molti personaggi più o meno famosi del mondo del cinema e della televisione. Ricordo con simpatia Elena Sofia Ricci che incontravo ogni mattina in edicola. Dopo anni di incroci al chiosco le chiesi un autografo ma più per sfinimento che per un reale desiderio. Era comunque davvero molto bella e sorridente. Per il resto non ho mai avvicinato nessuno per una forma di pudore più che di imbarazzo. Un giorno però in Piazza del Popolo vedo Max Von Sydow. Dopo pochi attimi di esitazione, la stessa di un maniaco sessuale che si trovi davanti una donna giunonica e nuda, mi avvicino. Leggermente spaesato, altissimo, austero, indossava un impermeabile chiaro. Sembrava appena sbucato da un romanzo di John Le Carré. Non saprò mai chi aspettasse. Certamente non me. A dispetto della sua immensa carriera cinematografica notai che non se lo cacava nessuno a parte qualche piccione importuno. Ho compreso quel giorno che i film di Bergman sono temutissimi. Tutti ne parlano ma a guardarli sono in pochi.

Il grande attore mi accolse con un sorriso e io, preso dall’emozione, mi inceppai. Sydow ebbe la compiacenza di prolungare la sua espressione ospitale invece di constatare la mia paralisi muscolare, accertare il rigor mortis e abbandonarmi in quella Piazza storica. Per rompere il ghiaccio e mai come in quella circostanza il detto è stato più adeguato, in quanto ero diventato un pupazzo di neve, l’attore mi sussurro un “please”. Facendo ricorso alle mie scarse conoscenze della lingua inglese mi presentai come un suo grande ammiratore e cercai di rappresentare la mia gioia. Dovendo sintetizzare mi limitai a ripetere una quindicina di volte la parola “fan” senza riuscire ad inserirla in un contesto plausibile.

Sydow non comprese la lingua morta che stavo parlando anzi temetti fosse sul punto di reindossare gi abiti di Padre Merrin e iniziare un esorcismo per scacciare il lessico indemoniato che si era impossessato di me. Quello che comprese perfettamente invece fu la mia condizione di soggezione e ammirazione e per aiutarmi sfiorò cordialmente con una mano il mio braccio sinistro. Mi inchinai come un samurai e senza proferire altri borboglii mi allontanai rendendomi conto passo dopo passo che non gli avevo chiesto neanche un autografo. Ma tornato a casa, non avrei fatto hara kiri per la vergogna. Molti colleghi del monumentale divo svedese, meno blasonati di lui, avrebbero detto: “Ragazzo, perché non parli? Cosa cazzo vuoi tu da me?” Al contrario l’attore feticcio di Bergman, con lo stesso arto che utilizzò per far cadere intenzionalmente le pedine dalla scacchiera nella fatale partita con la morte ne “Il Settimo sigillo”, mi aveva concesso una pacca di incoraggiamento. Cosa avrei mai potuto desiderare di più. Ho scoperto quel giorno che la Svezia è un paese meraviglioso e civile. Molti anni dopo uno dei miei cantanti preferiti sarebbe giunto alle medesime conclusioni. Allego la canzone nella sezione Media.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>