Woody Allen e la macchina del tempo

 

Quante volte capita di ritrovarsi dopo tanto tempo con degli amici d’infanzia e di rendersi conto che i discorsi, dopo i convenevoli iniziali, finiscono sempre col riguardare il passato, ciò che é stato e che purtroppo non potrà più essere e che per questo è bello almeno ricordare? Succede spessissimo, se non sempre. C’è chi attribuisce queste dinamiche all’avanzare dell’età, a quella vecchiaia sulla quale dopo i trenta si comincia a ironizzare, dopo i quaranta si comincia a notare e, poco dopo, a farsi sentire.

Per Woody Allen, però, il motivo è un altro ed è il fulcro esistenzial-filosofico alla base di “Midnight in Paris”, l’ultimo film del maestro – nelle sale da venerdì scorso – secondo della serie dedicata alle capitali europee, tra la Barcellona di Vicki e Crtistina e la Roma del prossimo, nel quale è attesa anche la performance di Roberto Benigni.

E’ il protagonista, un trasognante Owen Wilson/Gil Pender, a farsene portavoce: “invidiamo il passato perché il presente è insoddisfacente perché la vita è un po’ insoddisfacente”.

Lui, in effetti, insoddisfatto lo è eccome: sceneggiatore di blockbuster con una vocazione irrisolta alla scrittura forbita, una vita di coppia frustrante da togliere il fiato e scandita dalla indiscrezione dei suoceri e dalle prevaricazioni della futura moglie. E’ Parigi, dove si trova in vacanza con moglie e suoceri, a dargli la chiave di volta del suo destino. La capitale francese diventa metafora di un cambiamento grazie alla sua forza evocativa, che Allen cerca di rendere, a mo’ di cartolina, nei primi tre minuti di pellicola, con una fotografia ottima (Darius Khondji da iraniano naturalizzato francese non poteva fare di meglio), ma senza riuscirci fino in fondo, perché Parigi per emozionare fino in fondo deve essere percorsa, vissuta, proprio come fa il protagonista, a notte fonda – di qui il titolo – al punto da lasciarsi suggestionare così tanto che – in una sorta di sogno/sindrome di Stendhal architettonico-culturale – finisce con l’incontrare – di volta in volta, di sera in sera – tutti i personaggi del periodo storico in cui avrebbe voluto vivere, nel fermento culturale parigino degli anni ’20. Scott Fitzgerald e consorte, Hemingway, Dalì, Bunuel, Picasso e compagnia bella, diventano suoi interlocutori privilegiati e finirà addirittura per invaghirsi della volubile compagna del celebre pittore spagnolo.

Un sogno che s’avvera o resta tale, il film gioca proprio su questi livelli narrativo-concettuali sfalsati, e che diventa il locus amoenus nel quale il quarantenne Gil trova appagamento per tutte le sue frustrazioni, umane e culturali.

Inutile dire che in quel protagonista, se pure quarantenne, c’è molto Allen, molte delle sue insicurezze, delle sue fobie, oltre che del suo impareggiabile surrealismo, di cui il film, in qualche modo, diventa l’emblema, anche se va inserito nei risultati minori del regista/attore/sceneggiatore/musicista newyorkese.

Vale, piuttosto, la morale di questa fiaba metropolitana d’autore: il passato è piacevole riviverlo ma rifugiarsi in esso equivale soltanto a ingannare se stessi e la vita che si vive quotidianamente. E’ nel presente, insomma, che si devono cercare le soluzioni, per quanto esso possa essere insoddisfacente (e quest’ultimo concetto è rimarcato anche dai personaggi che il protagonista incontra nelle varie epoche storiche, tutti insoddisfatti del loro presente e bramosi di vivere il loro passato), perché anche quel passato cui si tende è stato a sua volta insoddisfacente per qualcuno.

E ci riesce anche GIl, alla fine, capendo gli errori del suo presente nel passato e aggiustandoli per vivere meglio il futuro.

Un gioco di parole che descrive il gioco del film.

Allen si diverte e fa divertire, senza impegno e pretese trascendentali, come sempre più spesso è tornato a fare negli ultimi anni a cinema e usa la settima arte nella sua principale accezione – l’immaginazione – mettendo su pellicola ciò che ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha pensato: incontrare i propri idoli al bar, davanti ad una birra o ad un caffè.

Visto che non è possibile farlo, almeno al momento, è bello immaginarlo.

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>