X men

Da ragazzo, quando si “faceva a botte”, se tra i contendenti c’era un “quattrocchi”, il più premuroso lo esortava a togliersi gli occhiali, prima di sferrargli un pugno o uno schiaffo.

Ieri sono andato dall’oculista. Adoro Sartre ma quando gli occhi cominciano a diventare come i suoi, meglio prendere le distanza dal sommo filosofo e correre ai ripari. Arrivato con qualche minuto di anticipo all’appuntamento medico mi soffermo a guardare una vetrina. La vetrina di un ottico, neanche a farlo apposta.  Tutto lo spazio espositivo era colmo di fotografie di Marco Mengoni che pubblicizza una nota marca di occhiali. Mengoni, per i più distratti (beati loro), è quel cantante neomelodico con velleità da rocker alternativo, che ha vinto un’edizione di X Factor.

X Factor (sempre per i più distratti) è uno dei tanti talent show televisivi che dovrebbero risollevare le sorti del mercato discografico, ammesso ce ne sia ancora uno, proponendo talenti, appunto. “L’Italia”, in realtà, ha elaborato da tempo un organizzatissimo piano di sterminio per il talento e la meritocrazia e questi spettacoli televisivi sono le più salde roccaforti, o lager, di questo sistema. Si applica, in questi Talent show, un metodo di selezione e di percorso che è l’antitesi di quanto è necessario per scoprire e “coltivare” un talento. “Coltivare”, dico, non a caso, perché include il fattore temporale, cioè, un investimento nel tempo ed una cura dell’artista per metterlo nella condizione di maturare e sviluppare le proprie idee.

Al contrario, queste anime pie, destinate a gironzolare per qualche mese nell’etere Purgatorio radiofonico, vengono scelti per la loro presenza scenica o per doti vocali. Poi, sostengono i titolati giurati,  gli si “ricama su misura” la canzone perfetta. Ma, se la canzone gliela fanno scrivere a Francesco Renga, l’unica cosa fatta su misura, sarà l’abito da morto. La dimostrazione di queste mia considerazioni è che in tutti questi anni la fucina degli “Amici con il fattore X” non ha sfornato neanche un Autore o un cantante con la C maiuscola (Salvo considerare una cantante quell’oca starnazzante della Giusy Ferreri).

I Talent show  sono fabbriche di un consumo rapido e conformato. Non sfornano artisti, ma prodotti da lanciare sul mercato con le stesse dinamiche commerciali di una merendina. Prodotti da piazzare attraverso una campagna pubblicitaria, che ha, da qui il termine campagna (di guerra), una durata prestabilita e programmata. In questo caso, la durata della trasmissione televisiva. Se i ragazzi del Grande fratello sono carne da cannone per gli esangui palinsesti televisivi, i cantanti dei Talent lo sono per le altrettanto agonizzanti classifiche discografiche e per il Festival di Sanremo. Novelli Frankenstein, costruiti senza scrupoli, non con  pezzi di cadaveri ma con brandelli di look, timbri vocali e atteggiamenti mutuati da quello che “secondo loro” va di moda.

Insomma, merce. Merce che vende altra merce, a giudicare da questo pannello, davanti ai miei occhi, in cui Mengoni, bello come il sole, si ripara con lenti firmate. Gli occhiali del ragazzo dotato del gene X ,non promettono, però, una vista a raggi X, ma solo una ulteriore omologazione.

Mengoni “togliti gli occhiali”, direbbe il più premuroso, prima di iniziare la rissa. 

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<p>La redazione di F052 | Codici Culturali una risorsa per esplorare nuovi mo(n)di dedicati alla Cultura e alle Arti.</p>